venerdì 12 gennaio 2018

Sonetto antropologico



Sonetto antropologico

Povero vecchio porco. Che ricami
Sui filtri dell'amore a pagamento,
Mero utilizzo finto in sentimento,
Da schermi squallidi e i loro cascami,
Coi servi e i saltimbanchi che tu chiami
Amici. Mai vergogna o pentimento,
Quattrini senza odore chiedi al vento
E credi che sia il mondo. Tu non ami.
Non hai la dignità, dentro lo specchio
Non sai l'accettazione del rifiuto,
Ti manca il senso d'uomo e dello stato
E delle proporzioni, e del reato.
Solo il ricordo ti giunge d'aiuto:
Porco, infelice, tu, povero vecchio.

domenica 31 dicembre 2017

Quartine per il 2018

Gennaio
Fa freddo, la monnezza, poi la dieta,
campagna elettorale: scendi in pista!
si scinde da sinistra un'altra lista,
la neve sopra tutto scende quieta.

Febbraio
Mese più corto, pur sol d'uno spicchio:
tutto il paese dibatte a Sanremo
sul canto gorgheggiante e mezzo scemo,
ma almeno per quest'anno c'è Vesicchio.

Marzo
Si vota. Quest'è il giorno della svolta!
Si sceglie, tutti tronfi, un sommo guaio
tra Berlusconi, Salvini o Di Maio.
Di qua noi ci si scinde un'altra volta.

Aprile
Fra maggioranze stentate, costretti
si muovono all'insieme i populisti.
L'un contro l'altro, i poveri Cristi.
Vogliamo un altro film, Nanni Moretti.

Maggio
Nuovo governo, la vita già dura:
la borsa un po' vacilla, ma non crolla.
S'aggrava il bel paese, carne frolla;
legifera, cianciando, la paura.

Giugno
Taciuta l'influenza, tanta o poca
sul dato elettoral, di là da Mosca
parte il mondiale degli altri. S'infosca
il cuore dell'Italia, che non gioca.

Luglio
Fa caldo! Quanti sbarchi! Le maligne
vocette dall'Europa, dalle banche
non fiaccano le membra nostre, stanche.
(Ventura, perché mai togliesti Insigne?)

Agosto
Pubblico il debito già si scialacqua,
d'uscir dall'euro qualcun fa l'augurio.
S'innalza la colonna di mercurio,
il caldo percepito, bomba d'acqua.

Settembre
Dai dati non si vede una ripresa,
c'è poi la prima crisi di governo.
Un piccolo promette appoggio esterno.
Ancora un'ingerenza della Chiesa.

Ottobre
Si scalda il sindacato; fa le veci
di quanto ancora si scinde a sinistra.
La cosa pubblica mal s'amministra,
Rating che scende sui minimi greci.

Novembre
Si chiede di sanare il territorio,
arriva l'alluvione, puntuale.
Lo spread, imperturbato, guarda e sale.
L'Europa ci commina un direttorio.

Dicembre
La gente per Natale si fa bella
brandendo i suoi presepi come vanti.
In mare un'altra strage di migranti.
Saluta, triste e solo, Mattarella.

martedì 19 dicembre 2017

Spelacchio al Pantheon

Spelacchio al Pantheon
È pace, sì, la morte, ma non calma:
il giorno in cui, fatal, tirò le cuoia
Spelacchio (che, da vivo, mai ‘na gioia)
nell’Urbe si parlava d’altra salma:
non più d’abete, neppure di palma,
ma di chi ci permise il calvo boia,
il terzo Emanuele dei Savoia.
Sì duplice si dà in natura l’alma:
ché l’uno, miserando nella chioma,
e secco e tutto grinze in ogni ruga
un brindisi festivo pur sognava;
in Brindisi di Puglia se ne andava
quell’altro, progettandovi la fuga,
ed or vuole tornar, da morto, a Roma.

martedì 7 novembre 2017

Il teatrino

Con buona pace di Sorrentino e Pirandello, ho avuto due idee.

The Young Premier
Lenny Dimayo è un giovane deputato campano, ambizioso, diligente e dallo scarso peso intellettuale e politico. Inaspettatamente, nel 2018 viene nominato presidente del consiglio. Portando con sé un gabinetto di tanti Tonino Pettola, Lenny diventa dunque il più giovane capo di governo della repubblica italiana. La sua immagine è un mistero: si vocifera che sia controllato dal fin troppo influente cardinale Beppe Spencer, suo vecchio mentore e padre spirituale; Lenny si sottrae ai confronti, non si fa vedere, parla da solo con l'anima di Casaleggio Padre e Figlio; orfano politico che si pone alla guida di un paese di orfani politici, adorato ed elusivo, simbolo dell'invitta capacità italica di galleggiare con mezzi improbabili, evanescente e predatorio, contraddittorio e miracolato, rivoluzionario ed eversivo, The Young Premier si appresta a conquistare gli schermi dalla prossima primavera.
(Notevole l'interpretazione di Matteo Renzi nei panni di Stefano Accorsi.)



Una, nessuna e centomila
Vitangelo Toscarda è un uomo ordinario e tranquillo, che ha ereditato il partito (e le banche) dei padri e vive di rendita sulle dolci colline dell'Italia centrale. Un giorno un elettore gli fa incidentalmente notare di avere il naso leggermente storto e un'inusitata vocazione maggioritaria, e il Toscarda si guarda allo specchio e comincia a interrogarsi su di sé. Chi sono veramente? si chiede. Che cos'è la mia esistenza? Dove devo andare? Cosa devo fare? Come appaio al prossimo? Decide di cambiare vita nella speranza di scoprire la sua vera natura, e qui cominciano le sue avventure sinistre. Una, nessuna, centomila sinistre: ricerca identitaria, frammentazione percettiva, annientamento elettorale, spigolando e lambiccandosi su rotte diverse e rabberciate; ora inseguendo la Chiesa sulle politiche economiche e sociali, ora rincorrendo i radicali sui diritti civili, ora ricercando un papa straniero o pescato dalla società, in un estenuante girotondo di Pancho Pardi, Zapatero, Tsipras, Islanda, Varoufakis, Corbyn, Portogallo, Pisapia. Il Toscarda, riformista e radicale, diverso ed uguale (cit.), comincia a fare discorsi ossessivi su di sé e a proporli compulsivamente al prossimo, fino a farsi prendere per pazzo; ormai frammentato in centomila identità diverse si aggira per il paese cercando di definirsi, la moglie s'ingegna a farlo interdire e passa ai Cinquestelle credendo che siano di sinistra, gli sparano, trova parziale e breve conforto nel dialogo con un religioso, infine si dà all'agricoltura biologica nel tentativo di ricreare il suo perduto stato di natura ma Vandana Shiva gli chiede 40mila euro per una conferenza e Vitangelo muore nei debiti.
Nel frattempo muore nei debiti anche il paese, aspettando il ritorno fatale di Silvio Berlusconi che adesso si fa chiamare Adriano Meis.

lunedì 18 settembre 2017

Le Solitarie

Le Solitarie
(quartine elettorali pagate dalla ka$ta)
Concorre alle primarie di partito
(pardon, mi si scusasse, Movimento)
il giovane virgulto, già portento
e del gran capo primo favorito.
“Pertanto mi servisse un avversario”
conciona, in congiuntivo traballante,
il trepido Giggino, titubante
e debole sul lato giudiziario
(né sol d’imputazione vuolsi afflitto,
ché non ne soffrirà certo dei danni:
ma pur di quel che, ignoto già da anni,
gli manca per gli esami di diritto.)
Ahimé, si fa deserta la tenzone:
non Fico, non il prode Di Battista,
nessuno che s’aggiunga a quella lista
che quasi più non sembra un’elezione.
“Mi candido, mi valuto, m’accetto”
discorre e tutto preso ne ragiona:
“Di contro a me vi sia la mia persona,
antagonista del proprio soggetto!”
E qual si pugna l’anima nel doppio
vincente e sopraffatto da se stesso
Giggino grida ancor, come un ossesso:
“Ho vinto contro me, con me m’accoppio!
Se in primavera, oh sì, stagione bella,
m’arride la vittoria elettorale,
per quanto ne capisco e quanto vale,
a me ben s’affidasse Mattarella!
Che gli altri, di me e me, sono ben peggio.”
Così torna a sognar Palazzo Chigi.
Da lungi, pudibondo a quei servigi,
sorride tra le brume Casaleggio.

lunedì 31 luglio 2017

Nessun colore

Quando la cromodinamica quantistica incontra la canzone italiana.

Nessun Colore
(Mogol, Battisti, Gell-Mann, Tosato)

Tu mi sembri un po’ stupito
perché rimesto quark differenti
come se
li avessi già colorati
ed avessi qui, di più,
sei sapori ben presenti
Son dentro
e confinati
asintotica la libertà
il modello si presenta perfetto
per ragioni ovvie studiando l’ottetto

ma fuori niente no
non vedo niente no
nessun colore
neutro il barione
neutro il mesone
nessun colore

Ed eri indeciso
combattuto
se fosse matematica o vita:
particelle più leggere o pesanti
con un’interna simmetria
quell’SU(3) che va nei quanti
Allora
già intuivo
che c’era qualcosa che la legava
quella fragile eterea presenza:
del gluone
non puoi certo far senza

non vedo niente no
adesso niente no
nessun colore
neutro il barione
neutro il mesone
nessun colore
non vedo niente no
adesso niente no
nessun colore
neutro il barione
neutro il mesone
nessun colore

l’interazione dici ch’è forte
ma si manifesta alle distanze più corte
nei nuclei è ancora importante
a maggiore scala no,
non senti niente
ogni mesone virtuale mediava
la forza tra quegli altri adroni,
qualcosa che li univa
ed interagiva
ed interagiva
ed interagiva

non vedo niente no
adesso niente no
nessun colore
neutro il barione
neutro il mesone
nessun colore 
non vedo niente no
adesso niente no
nessun colore
neutro il barione
neutro il mesone

nessun colore

sabato 22 luglio 2017

Parole e radici

PAROLE E RADICI

Per uscire da un periodo in cui avevo la gommapiuma in testa e un alone di depressione umidiccio scatenato dalla fine della stesura di Teoria dei canti, questa primavera mi sono messa a seguire un MOOC sulla teoria di Galois. Nata da considerazioni squisitamente algebriche, come la risoluzione per radicali di equazioni di grado superiore o uguale al quinto (che si dimostrerà generalmente impossibile), la teoria fa anche un sacco di altre belle cose, come porre in relazione campi e gruppi. Un punto essenziale è che ogni equazione algebrica è ancora soddisfatta una volta che ne vengano permutate le radici; e questo mi ha fatto venire in mente che c’è un tipo di composizione poetica adatto allo scopo, la sestina lirica. È una canzone di sei strofe (più una chiusura), ciascuna delle quali composta da sei endecasillabi; le parole finali di ogni endecasillabo della singola strofa vengono opportunamente permutate per formare le strofe successive. La chiusura comprende tre versi, ciascuno dei quali contiene - nel mezzo e alla fine - due delle parole che chiudevano gli endecasillabi delle strofe. (Sì, anche questa roba ce l’abbiamo grazie a Dante). Insomma, lo schema è ABCDEF-FAEBDC-CFDABE-ECBFAD-DEACFB-BDFECA, più la chiusa finale.
La difficoltà compositiva risiede perlopiù nella scelta delle parole finali del verso.
Le sei strofe si articolano in tre temi, anche se sviluppano un unico discorso: la prima e la sesta strofa parlano del numero, la seconda e la quinta del mondo, la terza e la quarta d’amore. La chiusa finale è come la morale della favola: si fa perché ci vuole, e comprende di tutto un po’. 

E vedo un gruppo che in campo si muta
e il divagar d’un numero, giù, piano, 
e il rivoltar che invariato si forma
del prendere radici, tutt’insieme
sicché per caso tra i corpi si sente
il primitivo elemento del mondo.

È un fatto antico, stranissimo il mondo
che il numero ci fa, di lingua muta
e pur che tutto, pervaso, si sente
dentro lo spazio, sopra d’un piano
nell’aggrapparsi al concetto d’insieme,
nel reggere del cielo senso e forma

e quindi si rinchiude. Mi si forma
un colpo stretto d’amore del mondo
che me con queste leggi vuol insieme
e vuol di sé vedersi corpo e muta
mentre la vita gli passa, pian piano,
fin dove la sua forza se la sente;

e quale amor si grida, dice e sente,
ed or è contenuto, e quindi forma,
improvvisato adesso, oppure piano
per far del caos dolcissimo al mondo,
voce narrante d’accolita muta
che alfin si sogna di vivere insieme.

E malridotto, costretto d’insieme,
vedo ed osservo, per come si sente
e come si presenta, vivo, muta
pur trattenendo di sé questa forma,
nei numeri l’usato, amico mondo 
ch’è liscio, squadernato, vòlto e piano

e il numero lo narra, lento e piano 
e, dice, si fa classe, gruppo, insieme,
sì quasi che del corpo fosse mondo;
ma in calcoli si finge, lo si sente
sconvolgere la terra; e qui la forma,
la vede, la descrive, poi la muta.

Parola, tu che piano ti fai muta
raccontami l’insieme di quel mondo
che d’algebra si sente peso e forma.