venerdì 19 dicembre 2014

Sta arrivando

Cari tutti e care tutte,
è con mio sommo piacere e con enorme sollievo che vi anticipo che sta arrivando un nuovo lavoro piuttosto corposo.
Si chiama Elementi ed è allo stesso tempo una silloge poetica in metro vario, una rivisitazione della tragedia classica, un memorandum di assurdità, un diario, un omaggio all'epica, e altro ancora.
E non c'entra con Euclide.




Ci risentiamo dopo le feste con la doppia versione, pdf e ebook.

Nel frattempo, vi ricordo che il canto XXXII bis del Paradiso è stato pubblicato su Storie e potete leggerlo a questo indirizzo... o anche qualche post qui sotto, che è lo stesso.

martedì 9 dicembre 2014

domenica 7 dicembre 2014

Patate e rotaie

Tanto tempo fa, quando ero alla scuola elementare, facemmo il presepe con le patate. Ci mettemmo a lavorare, noi solerti bambini vigilati dalla benevolenza occhiuta delle maestre, grossomodo in questo periodo dell'anno. Ogni personaggio era stato assemblato con i suddetti tuberi e indi collocato nell'apposito spazio a lui deputato nella scenografia consueta - Maria e Giuseppe nella stalla con Gesù, i pastori e le pecore intorno, i Magi in arrivo, eccetera. Il problema fu che le patate, come spesso accade se non le mangi per tempo, dopo un po' cominciarono a germogliare.
Il giorno prima che il presepe venisse mostrato al pubblico toccò portare di gran carriera San Giuseppe in riparazione, perché nottetempo gli era spuntato, unico tra tutti i personaggi, un poderoso paio di corna. Attendemmo invano un pronunciamento ufficiale della Santa Sede, smaniando per una corretta interpretazione teologica del fenomeno, o almeno per avere indicazioni aristotelicamente coerenti sulla sostanza e l'accidente della solanina.

Niente da fare.

Da allora il mio presepe preferito fu quello che si allestiva in stazione, un grande plastico con i treni, una meraviglia di trenini perfettamente riprodotti che sfrecciavano sulle rotaie, gloriosamente indifferenti alla piccola grotta della Natività sistemata in un angolo, tra uno scambio e un passaggio a livello, e le locomotive erano un miscuglio laico di Guccini e futurismo.

Poi comunque a casa facevamo l'albero.

sabato 29 novembre 2014

Il regno animale va in paradiso

Non si può stare tranquilli un minuto. Papa Francesco ha detto che in Paradiso ci sarà posto anche per i nostri animali.
Augurandomi di finire in un paradiso diverso da quello in cui verrà allocato il cane dei vicini, ho pensato che questa roba nella Divina Commedia non c'è, e quindi la lacuna andava sanata.

Ecco allora il Canto XXXII- bis del Paradiso, in cui San Bernardo (che avrebbe anche un nome adatto a occuparsi di animali, in fondo) racconta a Dante questa novità teologica, e non pare mica tanto contento.

P.S. Io posso contare un pesce rosso suicida. Non so se si sia pentito all'ultimo, ma direi che comunque più su dell'Antipurgatorio non sale.


Paradiso, Canto XXXII bis

Bernardo proseguì citando Petri:
“Che qui sia loco di classe operaia
 - pur di fanti, villani o lavavetri -

dir non si puote, per quanto compaia
anco talor qualcuno; fe’ Francesco
che certo vi sarà il posto dell’aia,

poi che l’animali ch’ebbero desco
con noi a dimora terrena, vanno
a rimirare l’altissimo fresco

fiore divino che l’anime stanno
dei santi a contemplare; e poco vale
quel che il Filosofo sapeva, e sanno

i discepoli sui, che locale
d’anima e spirito l’uomo s’è fatto
solo, e non v’ha speranza d’animale.”

E non di quelli io vidi ritratto
ma d’altri mille che il cielo sottende
terreno: quivi fu il cane, lì ‘l gatto,

ma lì la tenia, la scrofa che rende
perle opportune; vi scorsi in ritardo
la piattola inimica alle pudende.

“E quanti e quali, sapiente Bernardo!
Qui sono i quattro tuoi gradi d’amore?” 
Dritto scorgeva lesto il gattopardo

che già Trinacria v’avea con dolore 
spedito, e le bestie che son uguali

e d’altri sire; ma di tanti mali
dir non si puote, poi ché s’è ben vero
che son tiranni, pure dai maiali

fuor si tira ogni cosa; ed è sincero
ch’àbbiano per questo posto divino.
Lo dissi a Bernardo: e quei, tristo e fero,

mi rispuose: “bene venga il suino,
fia ‘l suo lezzo; ma tutte queste mosche?”
E vidi allora passarmi vicino

torme di nubi fattesi più fosche
d’esapodi d’ogni guisa: zanzare,
ch’io già conobbi nelle rive tosche,

e s’aggiungea a quel funesto ronzare
qualcuna delle vespe degl’ignavi
salita in queste sfere per viaggiare.

E se lontane fur quelle dai favi
ben più lo fu dalla lussurïosa
Cleopatràs quel serpe; che di pravi

e rinomati immondi è curïosa
sorte di tanti animali: proposta
d’accoglierli si fe’ così focosa

che pur se maledetti nulla osta
ad averli in Paradiso: ed oltre
al porco, fu il cavallo e l’aragosta,

e in tutti i ruminanti non m’inoltre.
Ma poscia un vento freddo e maestrale
spirò e fecemi bramare la coltre:

“Del gelo non temere che fia male”
disse Bernardo “che non è favente
di morbi; è infatti altro l’animale

ed altro il batterio, qui non presente”.
Così calmato da saggia favella
io misemi a plorar riconoscente;

ma tosto vidi assiso in assicella
un essere sì strano ch’io non odo
il verso canosciuto ch’à in mascella.

Quindi chiesi: “Maestro, ch’è quel dodo?
non s’era estinto dall’ultimo viaggio
che feci oltremondano? Quale approdo

è questo per l’uccello?” Donde, saggio,
Bernardo a me: “O Tosco, guata tergo:
e fallo con dovizia di coraggio.

Anche s’estinti qui trovano albergo
gli animali vissuti: vede il sauro
come nell’Eden che fece Spilbergo,

ma pure d’altri s’è fatto tesauro,
sì come l’idra d'innumere teste,
la sfinge dei tebani ed il centauro.”

Ed io correva pensando alle geste
dei pagani; ma già mi richiamava
l’amor di seguitar con le richieste.

“È forse qui l’immensa e sì prava
bestia marina che nomar non voglio
che ‘l piede d’Achab feroce azzannava?

è giunta a questo purissimo soglio?
v’è dunque un mare, v’è dunque pietade?” 
E lungi egli mostrommi il capodoglio

sfiatar sereno in marine contrade
ed io tacito miravo, non pago,
e quindi fe’ a menarmi in altre strade.

Lenti giungemmo a quel che non un lago
né mare sembrava, ma ben più immenso:
fu in questi lidi ch’io ebbi l’imago 

di quel che l’animo chiedea di senso:
ecco ch’è l’Arca che passò il diluvio
ecco Noè che diparte in consenso

le bestie ch’à salvate. “Quale effluvio!”
lamenta Bernardo e ritorce il naso.
Io vedo che di tutto il gran profluvio

d’amor ferino ei ben, si dà il caso,
si dispiace ma non osa più dire:
e, pur bramando mirare il travaso

di bestie da quell’arca, vo a partire  
ed egli m’accompagna ben felice.
“Ora si va, volendosi finire”

ei mi disse “a vedere la radice
della divina luce. Se non puote
saper la bestia qual sia la nutrice

che, figlia, il proprio figlio porta in dote;
né credere che’l Cristo sia venuto
oppure sia venturo, per le ignote

bestie che son passate; deceduto
l’animale, pur qui tra noi si siede
e dei peccati non paga tributo. 

Senti l’immensa, la candida fede
di quegli ovini che cantan beati?
Ivi è l’agnello! Sia questa la sede

prescelta per le greggi; riservati
siano i posti divini degli armenti.
Soverchia il gran romore dei belati:

candida rosa non v’è parimenti
che al loro vello non ceda in candore."
Bernardo se ne andò con gran lamenti

pria che potesse illuminarmi il core 
che già credea d’esser preda di scherno.
“Non mai si cheta il bestiale fragore!

Vuolsi così, ma mi pare l’inferno”
dicea gemendo umanissimo idioma
scotendo il capo nell’intimo eterno
spirito ch’uom lo fece e mai si noma.

mercoledì 26 novembre 2014

mercoledì 15 ottobre 2014

Il fico

A volte mi chiedo come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so. John Barth. È una metafantasia, perché se fossi John Barth mi sveglierei chiedendomi come sarebbe essere John Barth, che a sua volta si chiederebbe come sarebbe essere John Barth, e via frattaleggiando.
Per cui dico "blaaah", e non voglio più essere John Barth, perché a un certo punto mi stanco del regresso e mi viene fame e devo fare colazione.

(per chi fosse interessato, un sacco di prove di esistenza divina sono formulate allo stesso modo. Agostino non voleva essere John Barth, e nemmeno Benoît Mandelbrot se è per questo, e a un certo punto voleva fare colazione. Quindi Dio esiste.)

Così a volte mi chiedo come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so.
Jorge Luis Borges.
Questo sì che sarebbe bello. Cioè, magari no. Perché andrei a fare colazione e la mia colazione avrebbe la natura di essere yogurt, e di essere cereali, e di essere tè verde, e di essere mia, e di essere buona, e di essere necessaria, e di essere nutriente, e di essere, e di non non essere, e di essere una, e di non appartenere all'imperatore. Per esempio. È snervante.
Così metto da parte Borges e a volte mi chiedo come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so. Franz Kafka. Ma mi sembra così assurdo che mi metto a pensare come sarebbe una mattina svegliarsi ed essere, che ne so. Alice Munro. E la mia colazione, che intanto ho quasi finito di mangiare, sarebbe stata interrotta da una digressione su come sono arrivata a fare colazione, e chi ero ieri, e chi ero l'altro ieri, e i frammenti di cereale che ho ancora in bocca diventerebbero frammenti di frasi e dovrei comunque andare a lavarmi i denti.

A volte mi chiedo, dopo essermi lavata i denti, come sarebbe svegliarsi una mattina ed essere, che ne so. Felice dei racconti che scrivo. E questo davvero non lo so, ma siccome tanto li scrivo lo stesso, mi siedo al computer e non mi chiedo più niente.

Qui potete leggere e scaricare Il fico, che è l'ultimo nato.
Il fico (versione PDF) 
Il fico (versione ePub per ebook reader)


Che comincia così, e poi finisce in un altro modo, ed è tratto da una storia vera, ma anche un po' no, sul lavoro precario e sul ruolo delle promesse nella vita.
Si siede vicino a me con il suo numero in mano. Nessuno oltre a noi ha meno di settant’anni, nella sala d’attesa. La mattina i vecchi vanno dal dottore a raccontare la loro vita in forma di anamnesi, che è come dire che l’arte dell’autobiografia si è ispessita di rimandi fisiologici senza riuscire a mondarsi della superstizione sul proprio stato di salute; e in tutto il dovizioso sciorinare di sintomi comparati, queste persone riescono tuttavia a espletare la loro funzione principale di esseri sociali riuniti in una congrega fortuita ancorché peraltro inscritta nei ritmi atavici della vita di paese: vale a dire creare e distruggere le reputazioni degli assenti con il pretesto di una mitopoiesi un po’ raffazzonata che li vede attorno alle riviste della sala d’attesa del medico così come un tempo avrebbero pettegolato davanti al fuoco tribale o, adducendo pretesti filosofici più alti, nell’agorà della loro Atene.

mercoledì 8 ottobre 2014

Effetto Serra

Effetto Serra: comportamento altamente nocivo per l'ambiente che consiste nel parlare di OGM e di biotecnologie senza avere prima studiato almeno sommariamente che cosa siano. 

E per ciò meritevole non di uno, ma di ben due sonetti a tema. 

Effetto Serra

Che sia dono precipuo del poeta
parlare con sapienza della terra
è cosa dei tempi, se qui non erra
la memoria, dei due che mi son meta:

Teocrito e Virgilio, pura creta
in cui agra si plasma la mia guerra
contro il domani che ignobile serra
il cuor dei vivi pagando moneta.

Ché mai la scienza, m’illumini Croce,
mentore sommo di questa sinistra,
poté del mondo capire il rovello

senza scomporlo in parti: questo nuoce
al global senso, che solo amministra
un corsivista d’augusto livello!

Ecco che dunque mi pongo teoreta
quale Vandana che il seme sotterra
quale Petrini che il cibo rinserra
entro il confine di propria pineta;

presto si torni a quel tempo profeta
ove dal campo di rado s’afferra
la spiga pallida; ove s'interra
lieve il vomere nella zolla lieta.

Riduzionisti di querula voce,
lungi da me! Perché qui si registra
non la semente e nemmeno il baccello

ma quella rabbia inconfessa e feroce
di chi pur non sapendo somministra
al vero il senso di ciò che vuol bello.

domenica 21 settembre 2014

Braccia sottratte alle Georgiche

Dopo un po' che leggo roba su internet, m'è venuto da scrivere questo poemetto in esametri.
Non avevo mai scritto in esametri prima e non ci ho lavorato tanto, è una prima stesura, per cui mi scuso: ho alternato senza troppo calcolo dattili e spondei, ma come metrica prescrive il quinto piede è sempre dattilico e il sesto catalettico.

Ho messo in grassetto l'arsi, vale a dire le sillabe (metriche) toniche, così si legge meglio e si apprezza la struttura dell'esametro.



Braccia sottratte alle Georgiche

Tu non lo sai, Mecenate, quanta protervia s’asconde
tra li virgulti che van poetando, costretti da versi
esuli in metriche che dicon sciolte ma senza sapere
se vi sian regole, qual che mai siano. Taciti stanno
un solo istante: poi si ridestano e vanno cianciando
di rime vane, di metro esangue, poi che già langue
l’arte che hanno. Atti sarebbero, mio Mecenate,
questi alla vanga, quegli al badile; e per dell’ore,
e per dei mesi, e per degli anni. Altro non serve:
tosto si tolgano penne e quaderni; tosto si purghi
quella facondia; ché non filosofi, letterati
sono, né furono; stolidi villici male celati
dalla parvenza di libri non letti. Vadan nei campi,
dunque, a zappare! E dalla terra traggano frutti.
Se poi vi riescano, questo s’ignora: poi che la terra
mai si contenta delle parole, mentre pretende
agro sudore, ch’essi non sanno, s’è visto, versare.
Poco mi cale! Ch’essi s’arrangino! Leggano pure,
se vil non sembra, quei manuali d’agricoltura
fatti a costume del cittadino che un bel dì voglia
farsi, tra gli orti, della natura prode baluardo,
quasi che quella fosse di sogno, di favola avvinta.
Quindi si pascano solo di quanto voglion sapere:
vin biodinamico, corno letame, lievi festuche
dalla cui resa di poco si sfugga la morte d’inedia.
E si compiacciano (senza parlare, ché già s’è visto
qual nocumento ci danno in tal caso) della raccolta
e di quel senso di quiete solenne che viene per poco
quando la sera cala sul mondo. E se non sanno,
sappiano allora: solo nei campi, dice il poeta,
può dal letame fiorire qualcosa; non mai ne’ versi,
quando si tenti di concimarli scrivendo di merda.


© Elena Tosato (Like a Virgil)

venerdì 19 settembre 2014

Cronache da un paese ipotetico

Siccome non è sempre tempo di pasquinate - che sì, io mi diverto a scrivere sonetti scemi, ma intanto dai veroni del coniugal ostello devo pur continuare il mio percorso di erudizione, e ho un catafalco di libri da leggere - vi annuncio che se avete voglia di roba più consistente - non pesante, consistente -  gli undici racconti di Cronache da un paese ipotetico sono disponibili in ebook, formato ePub, sotto licenza creative commons.

Se siete vecchi di questo blog li conoscete già perché li avete letti l'anno scorso, in PDF.
Se siete nuovi, è questo il momento di colmare le lacune.


Qui potete leggere in ePub e scaricare il tutto.
Cronache da un paese ipotetico

Per il PDF, as usual,
Qui



Nel frattempo, il lavoro sul canzoniere degli elementi procede e sarà pronto entro l'anno.
Un'altra anticipazione, stavolta nata dal centenario della Grande Guerra:


Piombo

Giovani schiume d’Europa, si tace
la voglia dei lombi; già discolora,
trasfigurata in piombo. Forma l’ora
del secolo ch’è già stato, che giace
divelto fra i trattati, senza pace
se non nel canto. Tracima la bora
nei gorghi d’ansia, vivida spora
d’un progetto d’amore contumace.
E tutto frigge, si squassa, si schianta,
e la parola copre, come l’alga,
l’odio nei solchi: convulsa, trapassa.
Lontano ne sprizza, rapida e tanta,
la voglia di capire quanto valga
questa carne tradita che s’ammassa.

mercoledì 17 settembre 2014

Ricordati di metterlo in repertorio

Dirty Poetry

Dell’estate Sessantatré era l’anno.
Prima dei Beatles, e quando nessuno
potevo mai pensare che opportuno
più fosse di mio padre. Quanto fanno

due passi di balletto, e quanto affanno
cocomeri portar a quel raduno
d’inconosciuta plebe, dove ognuno
danzava come sol gli amanti sanno!

L’invidia e l’altro ceto, mal parola:
ed ecco i sotterfugi per il mambo,
e con il salto, fuor d’acqua mi strangolo!

L’amor cacciato torna per me sola
e dice, per quanto suoni strambo,
“Nessuno metter può Baby in un angolo.”


(e con questo credo di aver toccato l'apice della cretinaggine in un solo sonetto. Non so chi dei due, tra Jacopo da Lentini e Patrick Swayze, mi citerà prima per danni :-D )

lunedì 15 settembre 2014

La zanzara

Sonetto scherzoso su una zanzara, involontariamente stimolato dal sempre ottimo Maurizio Ternullo.


Nell’aere caldo di sera ch’è giunto
sul brumeggiare del mare in risacca
funesto è il cigolar della vigliacca
che, tosto che la miri, già t’ha punto.
E poco vale che il corpo sia unto
d’aromi sovrapposti come biacca:
poco val che sui muri vi sia tacca
del corpo ciabattato e pur defunto
dell’altre sue consimili passate!
Non val l’eterno monito dell’ali
stracciate sull’intonaco! Lei sugge
così come suol fare nell’estate;
speranza è che gli aneliti autunnali
del suo ronzar leniscano le ugge.



Dante Alighieri, nella Vita Nuova, aveva scritto parimenti un noto sonetto sulle zanzare. Lo riporto ad agio del lettore.


Una fatal tra moleste zanzare
è in casa mia, quand’ora è già venuta
di sera tarda, e ciascuno s’ammuta
e li occhi va girando per cercare.
Ella si va, sentendo bestemmiare,
con la maligna estremità puntuta
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra pel sangue succhiare.
Mostrasi sì sfuggente se la miro
che dà per l’anima un tale rancore
che ‘ntender no lo può chi no lo prova;
e par che da la finestra si mova
e tosto già mi punge e del rossore
la carne va tingendosi: sospiro.


(nella stesura definitiva della Vita Nuova Dante si accorse di aver rimato due volte in "venuta" e decise di cambiare il soggetto dalla zanzara alla donna sua)

domenica 7 settembre 2014

Ossi di calamaro

Ho scoperto un tizio che fa poesia destrutturando le parole, nel senso che mette degli spazi qua e là tra le lettere, senza però rispettare la consueta divisione in sillabe.
Vabbè, direte, uno le prova tutte. Ma il bello è che ha perfino un critico che spiega il meccanismo: "In genere, nell’ambito della comunicazione, godiamo di un vantaggio ben definito: la semantica, vale a dire l’area dei nostri significati, denota degli oggetti, delle classi; per la qual cosa chi dice o scrive C A V A L L O lascia intendere un riferimento alla classe dei cavalli, dei mammiferi, dei quadrupedi et cetera.
[Il Poeta succitato, ndr], invece, scriverebbe CAV A LLO avvalendosi di un gioco linguistico esoterico, allegorico e profetico, gioco in cui non può fare riferimento, con precisione, alla radice od alla desinenza perché si altererebbe il senso della sperimentazione. In CAV A LLO, adottato quale esempio d’istruzione, la vocale A diventa il legante di due suoni-rumori che assumono anche il valore di segni significanti unicamente all’interno di questa referenza. CAV allora può essere CAVA con funzione d’aggettivo, allo stesso modo in cui LLO, apparentemente privo di grammaticalità, può essere ALLO con funzione di preposizione articolata. Né CAV né LLO sussistono senza l’interposizione di A, che si configura, per metafora dedotta dalla retorica, come un vero e proprio legame di sussistenza."
Ma è meraviglioso. Altro che le sciarade sulla pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica.
Quindi se io dico che un tizio è un COGL I ONE posso pensare che COGL sia COGLI in funzione dell'esortazione a raccogliere l'anelito poetico, ONE sia IONE nel senso di atomo elettricamente carico a causa della perdita o dell'acquisto di un elettrone, e rappresenti con ciò la violazione della neutralità di carica cui ci costringerebbe una vita non poetica? Legati dalla I, vocale stretta e così simile all'ombra dell'uomo sulla terra quando è subito sera, COGL e ONE hanno la sussistenza del messaggio siffatto: osa appropriarti della carica vitale che la poesia dà all'esistenza dell'uomo come atomo, monade primigenia del pensiero autopensante in se stessa divina!
Lo farò presente la prossima volta che darò del coglione a qualcuno: "guarda, non offenderti, non è un insulto, è un gioco linguistico esoterico".

(Qui sotto, intanto, un progresso poetico rispetto alla destrutturazione della semantica: Woodstock sperimenta la destrutturazione della semiotica)
© Charles M. Schulz

sabato 30 agosto 2014

Uno spirito soave pien d'amore

Mi sono iscritta a un gruppo di poesia su Facebook dove, accanto a notizie interessanti, compaiono altresì tremebondi tentativi di fare poesia da parte dei soliti che vantano un vocabolario di duecento parole, una totale ignoranza del metro che decidono di non usare, un senso della musicalità involontariamente post-dodecafonico e una ricerca di immagini poetiche che potrebbe andare dritta nel dizionario alla voce "stereotipo". 
Siccome tra i miei superpoteri c'è anche quello di sapermi rendere immediatamente simpatica ho scritto loro un sonetto!

Ahi, me lassa, quant'amara doglianza
Nel leggere d'immagini sì sciape!
Qual fiore smorto che sfugga dall'ape
Tal è il poeta che per tracotanza
Ignora gli stilemi e l'abbondanza
De' metri da saper! Che dalle rape
Non cavasi 'l sangue, ciascun lo sape;
Ma poetar si deve dalla panza?
Che fu di Febo, che fu delle Muse?
Che fu del lauro, del mirto soave?
Chi rese Volo, al confronto, Montale?
Tacciano menti per altro confuse!
Se mai poetar divenne sì grave
Ben meglio mi fia ch'io beva un cordiale.

giovedì 28 agosto 2014

Oh can't you see / you belong to me?

Con i 262 € che Sting chiede (al giorno) per potergli andare a raccogliere le olive si potrebbero acquistare un bel po' di cose. Per esempio 203 canzoni di Sting a 1,29€, o una ventina di album dello stesso Sting a prezzi variabili tra i 9,99€ e i 14,99€, stando al catalogo di iTunes.


Il suddetto Sting non si offenderà, quindi, se a qualcuno verrà in mente che, tutto sommato, i 203 brani o i venti album se li può scaricare senza dargli un centesimo. Se adottassimo tutti il modo di pensare di Sting, infatti, sarebbe Sting a doverci pagare 1,29€ per ogni suo brano che scarichiamo, e sì che gli diamo anche tanta visibilità.

A concederci di farlo gratis, signor Sting, pensi quanto risparmia!

mercoledì 27 agosto 2014

Modello per l'implementazione dell'efficacia delle feste (e delle generiche occasioni mondane ad alta o media socializzazione)

Nonostante la mia conoscenza degli eventi sociali si basi prevalentemente sull'apprendimento letterario dei comportamenti umani nei salotti della duchessa di Guermantes, del conte Rostov e degli analoghi in Balzac, nonché in epoca più recente sulle mestizie relazionali di Jay Gatsby et similia, mi è purtuttavia capitato di essere fisicamente presente ("partecipare" è dire troppo) in prima persona ad eventi sociali di svariata natura, dai compleanni alle cene alle feste non comandate, e in queste occasioni, pur se ragioni di etichetta mi hanno impedito di prendere appunti, ho elaborato una serie di considerazioni utili a comprendere la natura di detti eventi e a migliorare il funzionamento degli stessi, in puro stile economia pianificata.

Fase I dell'osservazione.
Quali sono le caratteristiche dell'Evento Sociale?
1. Coinvolge un numero di persone maggiore o uguale a due. Vista la possibilità di confondersi con gli incontri sentimentalmente rilevanti, considereremo nel prosieguo della trattazione il caso di numero maggiore stretto di due, anche se mi rendo conto che potrebbero esservi casi di incontri sentimentalmente rilevanti fra tre o più persone, ma non verranno considerati nel modello.
2. Le persone sono confinate in uno spazio comune: sia esso una abitazione privata, una sala affittata all'occasione, un parco pubblico, eccetera. Si parla di Evento Sociale quando la coercizione spaziale è accettata esplicitamente da tutti i presenti e ricercata non come semplice mezzo (il che esclude dalla definizione di Evento Sociale tutte le volte che sono salita su un mezzo pubblico). Quest'ultima osservazione ci tornerà molto utile tra poco.
3. Le persone interagiscono tra di loro, a coppie o a gruppi, in modi che sono stati studiati e modellizzati opportunamente (Albert e Barabasi, Erdős, teoria di Ramsey, etc)
4. Le persone mangiano 
5. Talvolta, le persone ballano o ascoltano musica, ma ciò sembra non essere necessario.

Fase II dell'osservazione.
Quali eventi avversi possono pregiudicare la riuscita di un E.S., parzialmente o in toto?
6. Uno o più elementi del gruppo di persone non riescono a stabilire interazioni soddisfacenti, per esempio perché esse si basano su un indefinito chiacchiericcio o sullo scambio di informazioni su persone presenti o non presenti nel gruppo o su altre variazioni sul tema del grooming; e non si basano, per esempio, sullo scambio di informazioni interessanti, tipo il funzionamento di oggetti, la tabulazione di dati, l'analisi teorica del comportamento sociale opportunamente modellizzata tramite strumenti matematici, il racconto di storie coerenti, la discussione su temi filosofici rilevanti per le neuroscienze, la comparazione di mitologie antiche, l'influenza della lingua provenzale nel Trecento toscano, e la possibilità dell'utilizzo in italiano della virgola di Oxford.
7. Uno o più elementi del gruppo di persone trovano che il rumore prodotto dalle interazioni rimanenti sia eccessivo o gli stimoli sensoriali siano esacerbanti.
8. Il cibo è cattivo.

La condizione 8 è chiaramente una singolarità eliminabile, per quanto fastidiosa, e ci concentreremo dunque sulle condizioni 6 e 7, che hanno carattere di impedimento intrinseco.

Progetto per l'ottimizzazione delle condizioni 1-5 tramite il superamento delle condizioni 6-7.
Al fine di superare la criticità delle condizioni 6 e 7, un Evento Sociale può svolgersi come segue:
i. Viene contattato un numero di persone maggiore di due
ii. Le persone sono vincolate a muoversi non in uno spazio comune, ma in una ambientazione concettuale comune; nei fatti, ciascuno resta comodamente a casa propria, con ciò limitando anche la necessità di indossare abiti particolari e scarpe scomode, ma si stabilisce un tema che sarà oggetto degli scambi di cui al punto iii. In questo modo è comunque possibile stabilire un sentimento di appartenenza a una medesima comunità e a una medesima occasione sociale.
iii. Le persone interagiscono tra di loro nei seguenti modi possibili:
- scambio di email o messaggi
- presentazione a turno di una breve relazione sul tema
- eventuali giochi sociali possono comunque essere svolti a distanza
iv. Chi ha organizzato l'Evento Sociale avrà cura di preparare il cibo per tutti, e di recapitarlo a ciascuno (brevi manu: un'ipotesi di utilizzo del corriere espresso è un'evidente aberrazione antisociale) in pratiche vaschette monodose, al fine di accomunare tutti i partecipanti in un'unica declinazione del pasto, pur con le specificità personali del caso, senza i fastidiosi problemi di "ma ti sei finito tutte le patatine?" o "c'è qualcuno che non mangia pesce?" o roba simile.
v. A piacimento, ciascuno potrà ascoltare la musica che gli pare e anche ballare, se gli va, senza pestare i piedi a nessuno e senza creare situazioni imbarazzanti del tipo "mi hai messo una mano sul culo, ci stai provando?" 

Si lascino dunque gli Eventi Sociali definiti in modo classico al mondo della letteratura e del cinema, e ci si concentri su questa implementazione: essa ha il merito indubbio di mantenere tutte le caratteristiche imprescindibili di un Evento Sociale ed elimina in modo sistematico gli inconvenienti più intollerabili legati alla presenza di altre persone.
E poi il giorno dopo hai molto meno da risistemare, in casa.

lunedì 25 agosto 2014

Anticipazione

Un'anticipazione dal Canzoniere degli elementi.
A (non troppo) breve, su questi lidi.

58.
Il poeta della lingua straniera
trascina con sé l’aria del giorno
mentre l’aria della notte si posa
lungo i binari del treno. Chi dorme?
Chi parla? Solo le donne sottili
che zappano la terra dei morenti.
Di notte, se raccogliessero pietre,
non potrebbero rendersene conto.
Una delle donne si fruga in tasca
come se la tasca fosse il suo ventre,
una caldera di miti e di nascite,
si alza dalla terra, ma lentamente,
per non svegliare le zolle, più lenta
delle proprie stesse intenzioni buone.
Dalla tasca rinascono le dita,
nuovamente libere, poi stringendole
su un accendino che è vecchio di mesi,
la donna s’accende una sigaretta,
schifosa noia senza senso, vuota,
e la succhia come farebbe un’ape.
Accende di nuovo la fiamma breve
patetica mimesi delle stelle
e dice alle altre donne, dice alla terra,

chissà com’è il lieto fine, davvero.

venerdì 25 luglio 2014

Antropologia qualitativa e carezze sulla testa

Manco da questo blog da due mesi, ma volevo dire che nel frattempo ho fatto una scoperta eccezionale, una di quelle che solo la mia abituale ritrosia mi impedisce di vedere pubblicata su Nature, su Science e su Donna Moderna tutte insieme.

Per cui sappiate che questo post un giorno sarà l'equivalente di Tristi Tropici, una pietra angolare nella storia della disciplina, e il mio cognome sarà automaticamente associato a un paio di jeans.

Ho scoperto, tramite assidua e sistematica frequentazione di altre persone (cioè, di quello che scrivono sui social, non è che le abbia frequentate davvero, che poi mi fa impressione perché fanno un sacco di rumore), che esse hanno tutta una sottotrama di relazioni di cui io non sospettavo non dico la complessità, ma nemmeno l'esistenza.
Pare infatti (sigla) che gli esemplari di Homo sapiens, quando sono coinvolti nell'interazione sociale, si scambino messaggi non solo tramite l'uso del linguaggio, ma anche cercando di leggere l'uno le intenzioni dell'altro, come se esse potessero apparire, o emergere, dalle pieghe del comportamento o da ciò che le parole non esprimono.

È veramente incredibile!
Pensate che a me tutto questo capita in misura molto minore. Per esempio, se Antonino ed io siamo seduti sul divano e io desidero una carezza sulla testa, sono solita chiedere: "Mi faresti una carezza sulla testa?"
Al che egli, abbacinato dalla chiarezza semantica della richiesta, dalla precisione sostanziale con cui vengono indicati l'oggetto (la carezza) e il luogo (la testa), e plausibilmente ben disposto dal fatto che io abbia utilizzato una forma interrogativa e un garbato condizionale, mi accarezza sulla testa.
Il contenuto del messaggio si esaurisce nelle parole utilizzate per esprimerlo: quando chiedo una carezza sulla testa, voglio una carezza sulla testa e solo una carezza sulla testa.

If p, then q.

Nella mia indagine antropologica ho invece scoperto alcuni elementi interessanti. Nella generica situazione di cui sopra, in cui A richiede a B una carezza sulla testa, si verificano di preferenza le seguenti opzioni:

1. Pur desiderando ardentemente una carezza sulla testa, A non chiede a B una carezza sulla testa, ma guarda B con ostinazione fino a che B non chiede a sua volta: "Che c'è?" e A risponde "Niente", e si rimette a farsi i casi suoi sul divano. Dopo cinque minuti A guarda B con rimpianto e riprovazione, e B chiede ancora: "Che c'è?" e A, questa volta con aria più seccata, risponde: "Niente!"
Dopo una mezz'ora in cui A sbuffa e B traccheggia, A si alza, se ne va dalla stanza e sbotta: "Volevo solo che tu mi accarezzassi sulla testa! Possibile che non capisci!"

2. A chiede a B una carezza sulla testa. B carezza A sulla testa. A riceve con sommessa gratitudine la carezza sulla testa, ma poi emette un segnale ambiguo, come un leggero sbuffare, un sospiro, una rotazione del bulbo oculare, una scrollata di spalle. Si allontana e, guardando B con mestizia e rassegnazione, mormora: "Non era solo una carezza sulla testa. Volevo che mi chiedessi come è andata oggi. Perché non capisci?"

Mi rendo conto che la verbalizzazione è un canale poco usato; probabilmente - così dicono! guardate che ho letto un sacco di studi seri di psicologia sociale! - il rinforzo alla verbalizzazione che viene dato dalla comunicazione non verbale e dalla padronanza della teoria della mente è qualcosa che io, data la mia personale esperienza, sottostimo. Però vedo che c'è un sacco di gente che si lamenta, e quindi suppongo che sia infelice, perché quando vuole una carezza sulla testa non lo dice e quindi non riceve una carezza sulla testa, e quando riceve una carezza sulla testa in realtà voleva anche una tazza di cioccolata.
E via di rimpianti e di rimorsi e di accuse e di litigi e tu-quella-volta-hai-fatto-questo-mentre-io-volevo-quest'altro e sì-ma-tu-hai fatto-quest'altro-mentre-volevi-quello.

Magari sono io che ho una vita terribilmente semplificata, scarna ed ossequiosa verso le parole in mancanza d'altro, ma che vi hanno fatto le parole di male? Non è mica che mordono. A volte sono tutto e solo ciò che il messaggio contiene e credetemi, in quel caso è un gran sollievo.

venerdì 23 maggio 2014

E allora il PD?

Ho scoperto un gioco che sembra divertente. Lo giocano tutti, più di Ruzzle, più di 2048 e Candy Crush. Si chiama "E allora il PD?"
Le regole sono molto semplici. Ogni volta che qualcuno fa un'osservazione di qualsiasi tipo, bisogna rispondere "E allora il PD?" e si conquista un punto. Se si risponde in modo pertinente all'osservazione, si perdono due punti. Se, oltre a dire "E allora il PD?", si citano anche dei fatti a caso coinvolgenti il PD, si conquista un altro punto.
Esempio: "Ti sei dimenticato di avviare la lavatrice."
"E allora il PD, che fa i regali alle banche?" (+2)
"Ma la lavatrice..."
"Cosa credi, che la si possa avviare con 80 euro?" (-1 perché si è accennato alla lavatrice, +1 per aver tirato in ballo gli 80 euro)
Oppure: "Stasera no, ho il mal di testa"
"E allora il PD, che fa inciuci con Berlusconi?" (+2)
Oppure: "Ieri avevamo un appuntamento, perché non sei venuto?"
"E allora il PD, che in questi vent'anni ci ha rovinati?" (+2)

È la moda del momento.

giovedì 20 marzo 2014

Prendila con filosofia

Forse non tutti sanno che alla base di ogni grande filosofia c'è una cocente delusione d'amore. 
Ecco quindi che oggi, in anteprima assoluta, vengono presentate le motivazioni con cui alcuni celebri filosofi furono piantati in asso dalle rispettive fidanzate.


“Basta, non sopporto più le tue critiche.” 
(Kant)


“Non è per quello che sei, è per come ci sei.”
(Heidegger)

“Come sarebbe a dire 'e quindi'?” 
(Socrate)

“Tutte le donne prima o poi si stancano. Io sono una donna.” 
(Aristotele)

“Sono stufa del tuo atteggiamento da seduttore! E anche dei tuoi continui aut aut!” 
(Kierkegaard)

“Non ho più idea del perché stiamo insieme.”
(Platone)

"Non sei più lo stesso."
(Eraclito)

“Ho troppi dubbi sulla nostra storia.” 
(Cartesio)

“Sono scettica su di noi. Non vorrei continuare questa esperienza.” 
(Hume)

"Stare ancora con te? Ma fammi il piacere!"
(Epicuro)

"Rivoglio la mia libertà."
(Mill)

"Penso che sia finita. È finita."
(Anselmo d'Aosta)

“Sì, ti lascio. Ma tanto lo sai che ritorneremo sempre insieme.” 
(Nietzsche)

“Chiudiamola qui. Stare con te è alienante.”
(Marx)

“Non voglio più stare con te. Assolutamente no.”
(Hegel)

“Non fare così. Sono sicura che anche senza di me riuscirai a trovare una via.” 
(S. Tommaso)

“Non è che tu sei tu, è che io sono io”
(Fichte)

“Beh, tesoro. Non abbiamo più niente da dirci.” 
(Wittgenstein)