mercoledì 18 maggio 2016

Canto Quinto

Sto scrivendo un poema in 32 canti in terzine sulla fisica (e anche un po' sulla matematica se no si offende). Un progetto, come si intuisce, del tutto modesto e privo di complicazioni tecniche e teoriche, che farà indispettire i fisici perché mischio la scienza con la poesia e i letterati perché mischio la poesia con la scienza. E avranno ragione entrambi! Mi piacciono le imprese disperate. 

Qui metto un assaggio dell'opera.

Dopo i primi quattro canti di matematica, metodo e statistica, eccomi a camminare su un misterioso declivio ove incontro nobili e notissime figure con cui m'intrattengo sulla cinematica.



Canto V 


Comincio ignoti a muovere dei passi
per una lunga, dolcissima china
che ultima mi pare che s’incassi 3

in una grigia e spumosa cortina
di nuvole e di nebbia, sì che quasi
fatico a indovinare la mattina. 6

Vedo che spicca da infime basi
e ad angolo s’inerpica costante
e che i miei piedi vi scorrono rasi: 9

attrito ve n’è poco, ma bastante.
Oggetti la percorron, rotolando
sempre forzandomi a starne distante 12

affinché non inciampi, calpestando 
dei corpi la gran torma. Non capisco
che succeda; mi volto e vo scalando 15

ancor quel sottilissimo pietrisco
che sotto il rotolar s’è manifesto.
E giunge a me - lo vedo e trasalisco - 18

un uomo d’altri mondi. Con un gesto
in cerchio muove, poi torna agli equanti.
“Io son colui che scrisse l’Almagesto” 21

dice solenne e si pone davanti
ai passi che conduco per la strada.
“Astronomo fui già, senza rimpianti. 24

Partir ti lascio, ma prima che vada
ti chiedo che ritorni questa sera
con me a guardare sì come s’aggrada 27

l’ordine imposto alla celeste sfera
da Keplero e Copernico”. Qui tace
e un attimo soltanto si dispera. 30

Prometto di tornare e vado in pace,
tanto marciando per l’aspra salita  
che alfin di proseguir non son capace. 33

Ma mi soccorre l’anima perita
d’un tale che si dice alla ricerca
d’una sua opra che teme smarrita, 36

e molto si lamenta e molto alterca.
“È un’opera sul riso” e si rigira
tutto scrutando “Commedia noverca 39

d’un altro libro che altrove si ammira.
Parea che fosse qui, ma l’ho perduta.[1]
Vieni da lungi? Io son di Stagìra.” 42

“Credo di non averla mai veduta”
dico dell’opra, “Forse fu tra quelle
che ho visto rotolar in mia venuta. 45

Dimmi, maestro dell’anime belle:
qui, dove sono? Ch’è mai questo posto?
Che fai con quel cantore delle stelle 48

ch’è Tolomeo?” Così s’è disposto
Aristotele a dirmi: “È la via
che dal nostro passato mena tosto 51

al tempo tuo presente. Così fia
ch’io qui mi trovi, e tanto mi diletti 
a raccontarti di filosofia. 54

Guardiamo rotolare questi oggetti:
del moto m’occupai, in un tempo dato.”
Parla di divenire, dei concetti 57

di forma, privazion, e di sostrato; 
e d’infinito, d’atto e di potenza.
Altro mi dice il piano ch’è inclinato: 60

che l’accelerazion sulla pendenza
dall’angolo dipende e dal suo seno,
e ancora che c’è molta differenza 63

se il piano si compone scabro o meno,
e in che modo l’attrito ch’è radente
al punto che vuol muover mette il freno. 66

Mi torna allora imperioso alla mente
quel ch’è dei moti dei corpi lo studio
“Tutto rallenta, sì, spontaneamente” 69

dice Aristotele. Io lo ripudio,
parlo d’inerzia, poi del movimento,
di quel che fu della storia il preludio 72

e fonte di teorico tormento:
di quanto sia, lo dico, cruciale
scegliere un punto di riferimento. 75

Veniamo a raccontarci, ed è normale
di moti rettilinei nell’aria
e in terra; del vettore tangenziale, 78

del moto ch’è periodico e la varia
frequenza ch’è di pendoli e di molle.
Studiamo che cos’è la legge oraria, 81

la matematica che vi ribolle
ardente, immaginifica e nascosta,
che sola si può amare d’amor folle. 84

D’ogni domanda chiediamo risposta,
fin ch’è il meriggio e poi il sole declina
e vicino il Filosofo s’apposta 87

e piange e dice: “Qui già si rovina
quale del mondo io feci disegno
non v’ha ch’io possa risalir la china.” 90

Mi mostra con un dito e mi fa segno
ancor la nebbia che avvolge lontano
la cima. “Pur, non mi mancò l’ingegno 93

d’intendere la fisica. L’umano
è un genere fallace, ed io quei crismi
d’umana sorte ho tutti nella mano, 96

qual sono in mano al fato i cataclismi.
E quindi anch’io fallace sono” sbotta,
“ma almeno mi ricordo i sillogismi.” 99

Vedendo che di nuovo quasi annotta
alla memoria torna la parola 
data al mattino. “Tu, anima dotta” 102

bisbiglio ad Aristotele “da sola
nessuno mai potrà lasciarti”. Vado,
ma al buio tosto inciampo in una stola. 105

Vo a ridestarmi, vacillo, ricado.
M’alzano in piedi due braccia possenti,
riluce nella notte sguardo brado 108

di turbinosi occhi impenitenti.
È un chierico, or lo vedo, ed è dottore,
è gesuita d’altissimi intenti. 111

“Tornare giù non puote.” Lo stridore
della tonante voce m’atterrisce,
strugge le membra un penoso madore, 114

e il guardo ancor temibil concupisce
quel che a lui sembra pensiero impudìco.
Con garbo inaspettato mi blandisce 117

e lesto mi rassetta. “Qui ti dico
che insieme a me tu devi risalire.
Fui del Nolano l’eterno nemico 120

e d’altri ancora.” Rimango a sentire. 
“Ma adesso non temermi, ché altro faccio.
Pur se ancor m’è dato d’obbedire, 123

altro è il mio compito.” Tremo, ma taccio.
Allora mi racconta e m’accompagna
ed io lo seguo con minimo impaccio. 126

“Sorge alla fine di questa campagna,
ch’è al di là delle nebbie e questo monte,
una cittade ove ognor si guadagna 129

di conoscenza inesausta la fonte.
Ti scorterò alla porta, ma più oltre
andar dovrai senza di me. V’è un ponte 132

che oltrepassar non posso.” Già la coltre
di nubi si dirada. Vorrei porre
domande e non ho voce. Come inoltre 135

provo a volgermi al compagno e proporre
mute questioni con gli occhi, paura
m’uccide. Di lontano c’è una torre, 138

or la vedo, magnifica ed oscura
nella notte. C’è un uomo sulla vetta.
“Ivi è rimasto, anche dopo l’abiura” 141

stride il cardinale, ed in gran fretta
silente mulinando è già disperso,
e poco val che gli gridi: “M’aspetta!” 144

Scalo la torre e m’arrampico verso
l’uomo che vive di fatti e di prove, 
che legge da una lente l’universo. 147

“E questi son satelliti di Giove”
mormora lento di Pisa il figliolo
colto dal flusso d’idee sempre nuove, 150

e un occhio tiene al cielo e l’altro al suolo:
or meraviglia di stelle soavi,
pei massimi sistemi spicca il volo, 153

or volge il guardo a terra e lancia gravi.
Di visitar la rocca poi mi chiede,
dice “Qui troverai gl’immensi savi 156

che tutti fûr progenie d’Archimede,
nelle cui menti il segreto s’aduna
del cosmo intero”. Lasso alfin si siede 159

le stelle rimirando ad una ad una.





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[1] Il saggio qui dimostra buona cosa: / anch’egli lesse Il nome della Rosa


mercoledì 11 maggio 2016

Proust in un sonetto

Riassunto

Andavo a letto presto nella sera
quand'ero bimbo e mamma non baciavo.
Venni a Combray, vidi Swann e pensavo
al gusto di madeleines, Gilberte la fiera

e a quell'ambita, mai fatta crociera
che volli per Venezia. Quindi andavo
da ragazzo a Balbec, e v'incontravo
fanciulle in fiore e una vita leggera.

Muore la nonna, io pur m'invaghisco
della duchessa, Guermantes m'attanaglia.
Ecco Charlus e chi l'ha posseduto.

Muore Albertine, già non m'intestardisco
più con la Berma, il ricordo si scaglia
alla ricerca del tempo perduto.

lunedì 9 maggio 2016

Volume ermetico

Ognuno è pi greco; di più, quattro terzi,
trafitto dal cubo d'un raggio.
Ed è subito sfera.

sabato 7 maggio 2016

I sonetti caudati di Maxwell

Le equazioni di Maxwell in quattro sonetti caudati

(ABBA ABBA CDE CDE eFF fGG)








Vuoto lo spazio, la legge sia questa,
che dell’elettrico campo dà norma.
Noi la sappiamo, poiché la si forma
da quel teorema - così come attesta

Gauss d’infinita, mirabile testa -
che nelle chiuse superfici informa
che i flussi dipendon dalla torma
di quella carica ch’entro vi resta

ma mai da com’è messa nell’interno.
Posto sia noto il teorema del flusso
questa è la legge che pone licenza:

se non vi sono sorgenti, in eterno,
pel campo elettrico, s’è qui discusso,
nulla si rende la sua divergenza.

Ma quando v’è presenza
di cariche o correnti, cambia molto 
e quanto ho scritto prima viene tolto. 

Ed ecco il nuovo volto:
il campo divergendo, dico invero,
vale la densità su epsilon-zero.



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Già nello spazio una linea s’è chiusa,
tosto magnetico il campo v’induce
elettromotrice una forza. Luce
che retta movi nell’aria, diffusa

o rifratta dal mondo, tu, confusa
tra ‘l corpuscolo e l’onda, ci conduce
a te la fisica ch’ognun seduce,
la matematica ovunque racchiusa.

D’elettrico il campo il rotor, è noto,
se tu lo cambi di segno, s’eguaglia
a quanto varia nel tempo quel campo

ch’è generato da cariche in moto.
Mira la legge che mai non si sbaglia,
mira il magnete che vira nel lampo.

È norma senza scampo,
ch’essa sia posta con forme globali
o localmente, pur senza integrali.

Tra vuoto e materiali,
e mai vi sia chi su ciò mi corregge,
differenza non c’è: pari la legge.


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Qual nella bussola l’ago vacilla

vago puntando sul nord sconosciuto
così fa l’uomo rapito e perduto
volgendo al suo destino la pupilla.

Dalla natura il sapere distilla,
al magnetismo lui chiede tributo;
non più un principio gli venga taciuto,
l’uomo è di ferro, la mente favilla.

E qui torniamo alla legge del flusso
posto che esca da chiuse membrane:
sì, del magnetico campo parliamo. 

Netto sia preso, s’annulla indiscusso.
Ecco la legge che norma l’immane
vettorial campo che B noi chiamiamo.  

E più non v’è reclamo:
che vi sian cariche o vuoto, non conta, 
questa è la norma, trascritta già pronta

e infine ci racconta,
come se fossero ignoti segreti:
non vi son monopoli tra i magneti.



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È del magnetico campo il rotore
pari alla somma di due componenti,
qui tralasciando quei due coefficienti
che del gran vuoto forniscon colore

(mu ed epsilòn, con lo zero ad onore
del vuoto stesso). Qui son le correnti
e d’elettrico campo i cambiamenti:
sommano e danno l’esatto valore.

Il che vuol dire, con voce diversa,
che l’integrale di B su una curva
(chiusa, si noti) è proporzionale

alla corrente che quella attraversa
e a quanto varia, traverso la curva
del campo elettrico il flusso reale.

E poi, per quel che vale:
da quell’ambra dei Greci siamo giunti
passando per il ferro e i suoi congiunti

a codesti desunti
bei campi che si norman d’equazioni.
E fu la luce; e poi le radiazioni.





© Elena Tosato, 6-7 maggio 2016