mercoledì 5 luglio 2017

Il Transfinito

IL TRANSFINITO
(Giacomo Leopardi si emenda dopo aver letto Odifreddi)
Sempre caro mi fu quest’ermo Cantor:
e quest’insieme, che già tanta parte
finita di se stessa in sé conchiude.
Qui, sedendo e contando, interminati
spazi al di là di questo, e sottinsiemi
già propri, idempotenti li vedo
e nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il senso
vedo cercar sopra ‘l continuo, io quello
infinito soggetto ai naturali
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e Zermelo, Peano, ed i presenti
assiomi e il suon di lor. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar s’è fatto aleph con zero.

martedì 4 luglio 2017

Il lunedì del Villaggio

Il lunedì del Villaggio
(in morte di Paolo Villaggio, 3 luglio 2017)

E la Silvani vien sacramentando,
in sul calar del sole,
a darti del merdaccia; e reca in mano
un mazzolin di rose e di viole,
onde, siccome suole,
ornare ella si appresta
dimani, in Megaditta, il petto e i crini.
Siedi, con il Filini
ne la sala a rimirar col Riccardelli,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando perdi il tuo buon tempo.
La Corazzata un dì poi s’ammirava:
cagata fu, pazzesca,
e qui plaudì l’ardire intra di quei
tanti colleghi, nessun più ne esca.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giù da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno:
la partita che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
Peroni sorseggiando
e la frittata in piatto,
un tifo indiavolando
forma un lieto romore:
ma pur si storna alla sua parca mensa,
ruttando, il ragioniere,
e mai saprà chi l’avrà fatto, il palo.
La Serbelloni è corsa, dal riparo:
Che faccio, Capovaro?
Vadi contessa, vadi, la si prega!
s’incozza la bottiglia
da metri trentadue, poi più centrale,
e s’accetta, e s'adopra
di mozzar diti al clero in verso all’acqua.
In gita lagunar tu fosti un giorno,
pien di stima e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Ragioniere scherzoso,
cotesta età fiorita
è nube sempre ricca di sorprese,
accento pur svedese,
che precorre alla festa di tua vita.
Batti, sì, batti lei; stato soave,
e, come, troppo umano.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

sabato 17 giugno 2017

Sonetto scientista amoroso

Sonetto scientista amoroso

Un sogno, forse veglia, la mattina,
disfatta sopra il letto mi sorprende:
carezza tormentosa ne discende
e viene al suo piacer forte e vicina.

Amor, che fa tuonar l’ossitocina,
lievissimo le membra mi distende;
amore, che all’ipofisi s’apprende
e ratto si discioglie in endorfina,

amore, che si fa neuropeptide,
endogeno creando il paradiso;
è pelle che dolcissima si pasce

d’un senso che ne muore e ne rinasce
e il mondo fa di sé del tutto intriso;

e va, sospira, guarda, spera e ride.

lunedì 12 giugno 2017

Sistemi elettorali

Persa come sono tra maggioritari, proporzionali, uninominali, soglie di sbarramento, doppio turno e altre caratteristiche dei sistemi elettorali in uso nelle moderne democrazie, mi sono permessa di riassumere alcune idee che mi sono venute in mente su come si potrebbe fare qui da noi. Sono sistemi facili e di immediata comprensione per l’elettore italiano, che come è noto è sempre in bilico tra Dewey, Kelsen e il gol di Turone.

SISTEMI ELETTORALI

Mondialicum: sei gironi all’italiana, passano il turno i primi due candidati, ripescaggio dei quattro migliori terzi; si passa quindi alla fase a eliminazione diretta. Prevista la telecronaca di Caressa con commento tecnico di Zagrebelsky (solo per abbonati SKY. Gli altri si tengono la diretta di Mentana)

Sanremellum: previste due differenti classifiche, i Big e le Nuove Proposte, per i due rispettivi rami del Parlamento (che saranno all’uopo rinominati in seguito a opportuna legge di riforma costituzionale). Il vincitore di ciascuna categoria viene eletto tramite televoto e un ballottaggio con Albano Carrisi. Prevista l’assegnazione di un premio della critica che determina l’attribuzione di 1/5 dei seggi in ciascuna sezione; al vaglio dei costituzionalisti la legittimità di una soglia di verifica per la notorietà post elettorale (il cosiddetto “Emendamento Jalisse”)

Evangelicum: sistema elettorale per cui gli ultimi saranno i primi. Prevista una clausola di salvaguardia per chi volesse restare ultimo ma comunque partecipare in modo dirimente alle discussioni e alle delibere

Ricorsellum: il risultato elettorale è valido solo se riconosciuto dal TAR del Lazio

Decoubertinellum: sistema elettorale per cui l’importante è partecipare, così poi non perde nessuno

Superenalotticum: i seggi vengono assegnati per estrazione, ma è possibile scommettere sui numeri ritardatari

E ricordate in ogni caso di leccare le matite e di fotografare la scheda elettorale per condividere l’immagine sui Social Network con citazioni spurie di Pericle e Sandro Pertini.


Democrazia è partecipazione!

mercoledì 17 maggio 2017

Darwin, Einstein, Freud

...che non è il titolo del prossimo libro di Hofstadter, ma sono tre sonetti dedicati a tre autori che hanno cambiato il mondo.


DARWIN
Generazioni esauste, vi si vede
nel corso multiforme della vita,
nel far di speciazione la partita
che in questo mondo ha posto senso e sede.
Per selezione così si richiede:
è variazione sì bella, infinita,
che volle questa o quella favorita,
e foste predatori e foste prede;

e foste chi gamete, ed altri spora,
solo al mutare voi foste fedeli,
spartiti da un comune genitore.
Comincia questa vita dall’errore,
si cambia la frequenza degli alleli
e tutto si rimuta e vive ancora.

EINSTEIN
Pensiero nella mente si sconquassa,
pensiero in cui s’immerge la natura:
d’identità sostiene la fattura
d’inerzia e gravità, quale s’ammassa
nell’universo intero, e tutto passa,
così vuol che si mostri finché dura.
E muta si promana curvaura
di spaziotempo dotato di massa:
d’un’equazion di campi si conviene
che metrica designi; curve e mondi,
sistemi ed osservati, osservatori
cui l’universo inerte si mantiene,
e qui par che la mente si sprofondi,
e subito s’innalza ai suoi tremori.


FREUD
S’è schiuso l’occhio, pigro inquisitore,
sui fatti dell’inconscio che si pensa;
sulle pulsioni il corpo si raddensa,
della morale interroga il valore.
Di soluzioni confuso esattore,
si domina, si scorna nell’intensa
interna lotta infame, sempre immensa,
e seguita a cercarsi, ama e muore.
Son totem, e tabù, e fissazioni,
impulsi sublimati e poi furiosi,
ed intenzioni crude, spesso ladre;
e poi son solamente rimozioni,
e dure, impudicissime nevrosi,
e vita e sogni. E taccio della madre.

mercoledì 3 maggio 2017

La stipsi d'Ermengarda

La stipsi d’Ermengarda

Scosse le chiappe morbide
sull'affannoso peto,
lì sulla pelvi, e ruvida
la pelle in quel segreto,
siede la pia, col tremolo
foro cercando il ciel.
Cessa il compianto: unanime
s'innalza una preghiera:
calata in su la gelida
tazza, una man leggiera
sulla superba natica
stenda di carta un vel!
Ahi! nelle insonni tenebre,
pei bagni solitari,
nel gran penar dei visceri,
ai supplicati altari,
al defecar tornavano
gl'irrevocati dì;
quando ancor cara, improvida
d'un avvenir mal fido,
ebbra posò le livide
terga sul sacro lido,
e senza l’agre coliche
invidïata uscì:
or va, col volto cereo,
il bianco cul sudata,
volendo all’acque scorrere
la cacca affaccendata,
ma china in tal ceramica
si vede il suo patir;
mai dietro a lei la furia
di penduli fumanti;
e lo sbandarsi, e il rapido
redir dei fianchi ansanti;
né può dai magri triboli
l'irto prodotto uscir;
né la battuta polvere
rigar di sterco, colto
d’intestinale spasimo.
Alle sue terga il volto
repente volge, pallida
d'amabile terror.
Oh Mossa errante! oh tepidi
lavacri d'Aquisgrano!
Ove, deposto l'orrido
l’ascoso deretano,
scendea del culo a tergere
il nobile sudor!
Un dì, rugiada al cespite
dell'erba inaridita,
fresca negli arsi calami
fe’ rifluir la vita,
che verdi ancor risorgono
nel temperato albor;
Quale pensier! Per stipsi
nel far di più fatica,
le manca il refrigerio
perfino alla vescica,
e il cul si svelle ai tremiti
patendo d’altro afror.
Ma come il sol che reduce
l'erta infocata ascende,
e con la vampa assidua
l'immobil aura incende,
risorti appena i gracili
steli riarde al suol;
ratto così dal tenue
ch’è lume intestinale
torna a dannarsi l'anima
e spinger le fa male,
e le sviate immagini
richiama al noto duol.
Sgombra, o gentil, dall'ansia
quel ventre che s’imballa;
leva all'Eterno un candido
pensier d'offerta, e falla:
nel suol che dee le tenere
tue feci ricoprir,
altri escrementi giacciono,
che il duol consunse; orbati
da sforzi gli occhi, e viscere
indarno stimolate,
terga che alfin si videro
trafitte impallidir.
Il perieneo ti geme
per l’aspra ormai discesa,
cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l'offesa;
e poco il sangue, gloria
di tal fragilità;
sì ti costrinse ragade,
sventura in fra gli oppressi.
Falla, stavolta, e placida;
scendi a goder nei cessi:
alle incolpate viscere
nessuno insulterà.
Spingi; e la faccia esanime
si ricomponga in pace;
com'era allor che improvida
d'un avvenir fallace,
lievi pensieri stitici
solo pingea. Così
dalle squassate natiche
si svolge il patimento,
e sulle gote imporpora
alfine un godimento.
Al pio colon l’augurio
di più sereno dì.


Elena Tosato e Alessandro Manzoni, 3 maggio 2017

martedì 18 aprile 2017

Wu

Umberto Tozzi e la fisica delle particelle elementari in una famosa canzone-esperimento sulla violazione della parità.
WU
(pa, parità, parità, paritappappappappà, parità, parità...)
Wu, che cos’è parità?
c’è il Cobalto in scena e Wu
spiega come si fa;
debole la forza, a Wu
un neutrone va giù in un elettrone, un
nu*, e un protone; ci sei?
stiamo decadendo.
Wu preparava lo sai
un sistema strano;
in più, ma va là, come mai,
con lo spin rivolto in su;
è simmetrico dài
per la riflessione e
Wu, ch’è più saggia che mai
sa polarizzare
in su tutti gli atomi, Wu,
ha così una marcia in più
ed un po’ di follia,
quanto basta perché Wu
tutti gli atomi dia
in un campo esterno
B; manterrà
tutta la polarizzazione.
Cambierà il segno della parità;
chi sta contando sa perché
d’un verso trova molti più “e”
ed il sistema evolverà
mentre il Cobalto cade giù
l’asimmetria si mostra un po’
nel gelo che si sente nel clou
e ce lo spiega Wu
(parità, parità, paritappappappappà, parità, parità...)
Wu dice molto di più,
dice pur come si fa
quanto all’elicità:
levogiro è sempre il nu,
in natura si dà
destrogiro l’anti-nu,
e lo è per virtù
del lavoro che fa Wu
-----
* è un antineutrino, in realtà. Passatemi la licenza poetica che se no mi saltava il metro.

Antinomia

I grandi duetti della canzone filosofica.
Immanuel Kant e i Cugini di Campagna presentano

ANTINOMIA

Andava la ragione per la strada
e sempre la dialettica seguì,
la mente in alto di chi il mondo indaga
e oltre ai sensi volle andar così.

Dell’anima l’idea voleva intesa
totale dei fenomeni di qui;
sul mondo esterno poi s’era distesa
su Dio tutto fondava, come mai?

Conoscere voleva l'intelletto
sento la metafisica ch’è in me
del tutto un desiderio m’ha costretto
e v’è contraddizione qui con me.

Antinomia, questa è casa tua
t’indagherà soltanto la Ragione Pura
Antinomia, quest’istanza tua
è dir che vera e pure falsa sei già tu

Io ti dirò soltanto “Osa sapere”,
la causa prima e poi la libertà,
che cosa si divida o sia complesso,
se il mondo sia finito oppure no.

Antinomia, questa è casa tua
t’indagherà soltanto la Ragione Pura
Antinomia, quest’istanza tua
è dir che vera e pure falsa sei già tu

Antinomia, questa è casa tua
t’indagherà soltanto la Ragione Pura
Antinomia, quest’istanza tua
è dir che vera e pure falsa sei già tu

(edizione critica di Elena Tosato)

sabato 4 marzo 2017

Silenzio

endecasillabi sciolti (o quasi)

Oggi il rumore procede vorace:
lanugine densissima che ronza,
percosso e senza dubbi mai, fortuna
che in sé bestemmia e canta e dice,
e intera la mia testa gli soggiace:
d’un buco solitario di silenzio
staccato a morsi crudi, rarefatti,
passa il respiro, si guarda d’attorno,
divelle un poco ere di parole
murate, rifinite, già contratte.
Il buco si fa solido e capace:
è schiocco rinsecchito di mascella,
gesticola, s’industria, si fa segno,
poi svolta su se stesso, e tutto tace.


lunedì 27 febbraio 2017

Sette pianeti in settenari

Sette pianeti in settenari 
L’umano non vuol pace,
ché di saper ha fretta:
all’infinito getta
lo sguardo, e si compiace.
Il cielo si confonde,
d’ignote voci tana.
La rossa palla nana
lì, senza nucleo, fonde
idrogeno a rilento;
e fredda luce sputa,
discosta, trattenuta,
lunghissimo lamento.
Dell’esistenza l’orme
da poco le solleva:
quaggiù noi s’esplodeva
d’indefinite forme,
nei mari del Cambriano
schiumavano profuse
ipotesi diffuse
d’un mondo vario e strano:
e lei, lassù, la stella
allora si raddensa,
qual fa il pensier si pensa
e infine si modella,
e scinde notte e giorno:
e, segni d’alfabeti,
microbici pianeti
le gravitano attorno,
al lor passar si flette
la luce che lì sboccia;
son grana spessa e roccia,
serrati, tutti e sette.
La massa s’assomiglia
a quella stessa nostra,
e forse in tre si giostra,
sì come in questa biglia,
il gorgogliare d’acque:
chiassose, rotolanti,
sì che in codesti istanti
lo specular ci piacque
di vita, poca o tanta,
che tutta in sé s’appaga;
e la si conta, vaga,
che un giorno la si agguanta,
un giorno mai venuto,
un voto mai riscosso.
Si guarda l’occhio rosso
dentro lo spazio muto.

domenica 12 febbraio 2017

Il Segno

Il Segno
(facezia domenicale in memoria di Umberto Eco)

“Ricordati quello che si dice: all’interprete è concessa una particolare autonomia esecutiva, giacché può intervenire anche sulla forma della composizione” mi sussurra Danieli, con la solita faccia arcigna che si ritrova, mentre entriamo nella stanza. Mi ha dovuto convincere con le buone e anche con le cattive, prima che lo seguissi. La penombra è conforme alle aspettative, e così anche l’odore di chiuso. Siamo gli ultimi. Gli altri sono già tutti seduti attorno al tavolino rotondo, apocalittici e integrati, chi con un’aria compassata, chi avvolto nella maschera del sarcasmo e dello scetticismo e però si vede che suda per il disagio. La vecchia - si fa chiamare Rosa, ma che cos’è un nome? in fondo la rosa primigenia esiste solo nel nome - si staglia ossuta, gli occhi simili a pezzi d’opalina insaccati nelle palpebre, la bocca che tira da una parte. Emette un suono gutturale con cui ci fa cenno di sederci. Troviamo posto, Danieli e io, e appoggiamo le mani sul tavolo. “A me sembra una stronzata” sussurro. Danieli si limita a darmi un colpetto col ginocchio.

La vecchia comincia a parlare. La guardo, per quanto l’oscurità me lo permetta - la stanza è debolmente illuminata da candele puzzolenti. È tutto così dozzinale. Libri di Abelardo e San Tommaso si mischiano senza pudore a quadernacci d’astrologia. Nascosta da qualche parte ci dev’essere anche una tavola ouija, so che la vecchia lavora anche con queste chincaglierie. Se la medium è anche il messaggio siamo messi bene, penso, e vorrei anche sospirare ma ho paura che mi sentano.
Gran bel modo per trascorrere l’anniversario di una morte, mi dico. E mi rassegno.

“Ringrazio tutti voi di essere riuniti qui. Riverbero di conoscenza, spirito che vaghi” fa la vecchia. La voce le trema, probabilmente ad arte. “Spirito che vaghi, i tempi sono oscuri: legioni di imbecilli sono uscite dal bar e si sono arrogate diritto di parola sui social, come saggiamente paventavi. I tuoi discepoli brancolano nell’oscurità della tua mancanza, arroccati a una vetusta sintassi, vanamente protesi a decostruire complotti! Sono qui, tutti quanti, in attesa di un segno.” La voce della vecchia vibra come la canna d’un organo morente: “Spirito, dacci un segno!”

E qui cominciano i problemi. 
“Il segno deve essere postulato come entità mediana tra il sistema delle figure e la serie indefinita delle espressioni assertive, interrogative, imperative a cui è destinato” dice Danieli. Sono io, a questo punto, che vorrei assestargli un colpo col ginocchio, ma non faccio in tempo perché dall’altra parte del tavolo - chi sarà? Giacomazzi? non riesco a distinguere - strilla: “Ma del segno conosciamo sempre e soltanto la faccia significante?”
“Parliamo del segno fondato sulle categorie di somiglianza e identità” lo rimbrotta una voce alla mia sinistra. Danieli sta per intervenire di nuovo, ma la vecchia attacca a tremare e, d’imperio, tuba ululando: “Silenzio! Lo spirito non va disturbato. Segni e parole non saranno distinti.” Si schiarisce la voce e ricomincia. “Spirito che vaghi...”
“Ecco appunto, la vaghezza” si lamenta Riva - non può essere che Riva. “La classe dei conseguenti ne risulta volutamente imprecisa.”
“Non tralasciare i nodi metaforici!” sibila qualcuno a lui vicino.
“Io credo che dovremmo partire da un’analisi comparata delle potenzialità della deduzione, dell’induzione e dell’abduzione” e questa è proprio la mia voce, che ascolto come se fosse estranea. Che ci sta succedendo?
La vecchia non si dà per vinta, e performando un’espressione prestabilita, ci intima di concentrarci, se no va tutto a monte. “Spirito...”
E qui cominciamo ad accapigliarci sullo spirito in sé, sull’essenza e la sostanza. “I predicati! I predicati!” Danieli è saltato sul tavolo e si agita come un ossesso.
La vecchia sbotta, maledice perentoria le nostre mutevoli intensioni, si alza e va a farsi un caffè. 


È passato un anno; come siamo soli, mi dico.

lunedì 6 febbraio 2017

L'Angolo dei Perversi

Il mio liceo era un edificio vecchio, risalente agli anni Venti del secolo scorso, quando le classi - all'epoca era una scuola elementare - contavano quaranta o cinquanta allievi; alcune aule erano state in seguito divise in due con un tramezzo, ma quella in cui eravamo noi no, era rimasta grande, inutilmente grande per la ventina scarsa di quindicenni che la popolavano. Eravamo disposti su due file, addossati alla lavagna e alla cattedra, e dietro di noi si estendeva questo vuoto grottesco, fino alla parete di fondo e ai ganci per i cappotti. Mi ricordo tanta luce e tanto vuoto e un colore tenue tra il beige e il verde pallido, che veniva riempito con delle sbuffate periodiche di polvere di gesso e dall'odore acidulo degli adolescenti.
All'altra parete, quella di fronte a noi, dietro la cattedra, c'era il regolamentare armadio metallico - cosa contenesse, non ricordo; forse stava solo lì, come una stele muta.
Vicino all'armadio c'era un ulteriore banco, addossato al muro, in modo che chi vi sedeva fosse bloccato a guardare l'intonaco. Questo posto si chiamava L'Angolo dei Perversi e adesso vi racconto perché.
Il nostro professore di lettere - che, lo ricordo, al ginnasio voleva dire italiano, latino, greco, storia e geografia, diciotto ore sulle ventisette settimanali - era un ometto strano. Tarchiato, senza capelli, la testa lustra solcata da una vena che poteva gonfiarsi a dismisura e all'improvviso, umorale, ecco, molto umorale. Veniva a scuola in Vespa. Lo vedevamo arrivare dalla finestra: Vespa rossa, casco bianco, e ricacciavamo in gola un sospiro. 
Di solito era calmo. Qualche volta scherzava. Si sedeva, salutava, metteva il registro sulla cattedra, tirava fuori di tasca un orrido dado verde a venti facce col quale decideva chi interrogare - io ero il numero dodici, in quinta. Il diciannove in quarta. Se Dio giocasse a dadi, gli chiederei in futuro di assegnarmi numeri diversi. Lì però Dio era il professore di lettere e a quello bisognava adeguarsi. Si accomodava, dunque; poi apriva lentamente i tre cassetti della cattedra, e li lasciava aperti. E faceva lezione. All'inizio dell'anno aveva detto, seraficamente: prima della fine del ginnasio ciascuno di voi dovrà piangere almeno una volta.
"Dovete espiare". Era un'altra cosa che diceva sempre.
Avevamo quattordici anni, poi quindici. Espiavamo. Non so bene cosa. Espiavamo.
I meccanismi della mente umana sono bizzarri. Poteva trascorrere l'ora senza che nulla accadesse, ma era raro. L'uomo non era prevedibile. Si arrabbiava. Non potevamo sapere il motivo e l'esito. Lo stesso episodio poteva strappargli una risata, lasciarlo tranquillo o farlo imbestialire fino al parossismo. Allora si sedeva in punta della sedia e la vena sulla testa si gonfiava. Diventava tutto rosso. Sbatteva con violenza il primo cassetto, e lo richiudeva. Prima sfuriata. Secondo cassetto. Seconda sfuriata. Terzo cassetto. Ad ogni colpo secco saltavamo sulla sedia. Poteva essere contro qualcuno o contro tutti. Urlava che ce la doveva fare pagare. Non so bene cosa. Espiavamo. Poteva essere un verbo sbagliato, un libro caduto, uno sguardo fuori dalla finestra; oppure, semplicemente, niente. Andava così. Urla che prorompevano in mezzo alla quiete. Imprecazioni, promesse di farcela pagare e di rovinarci.
Altre volte si alzava, camminava tra i banchi e menava schiaffi a caso sulla nuca - un nostro compagno di classe aveva il busto, e l'uomo bizzarro quasi si ruppe una mano, e in effetti allora smise.
Altre volte ancora ci lanciava addosso quello che aveva a portata di mano. I gessi, il cancellino, l'orrido dado verde, i libri - fortuna volle che non ci fosse mai sulla cattedra il vocabolario di greco. Cronaca cittadina, studente ucciso a colpi di Rocci. No, no. Nessun ferito.
Si piangeva, quello sì. Spesso. Io piangevo a casa perché in classe un po' non volevo dare soddisfazione, un po' avevo paura delle conseguenze.
E poi c'era l'Angolo dei Perversi. Ci si finiva per i motivi più vari, il che voleva dire soprattutto per noia dell'uomo bizzarro. Una volta ci finii perché non avevo consegnato la brutta copia del compito di italiano; e non l'avevo consegnata perché non l'avevo fatta, a parte uno schema iniziale appuntato da qualche parte ho sempre scritto i temi direttamente in bella copia. "Mi prendi in giro. Devi espiare."
Da un certo punto di vista l'Angolo dei Perversi era anche rassicurante perché nel caso di lancio di libri si era fuori dalla traiettoria. Quando si andava in quel banco si veniva esclusi dal novero dei viventi - prima ci si doveva vergognare (ed espiare), poi si veniva ignorati. Era come una sacca di non esistenza all'interno della mattina. Nessuno faceva niente, nessuno poteva fare niente. Ho trascorso lì buona parte dei due anni di ginnasio, e quasi tutto il secondo quadrimestre della quinta, quando l'uomo bizzarro smise di correggere i miei compiti di greco (perché, indovinate, dovevo espiare) e a mettermi tre senza guardare, facendomi piombare dall'otto a febbraio agli esami di riparazione di settembre. Quando lessi i quadri, a fine anno, piansi in autobus, ma non aveva importanza perché piangere non era più pericoloso o umiliante.
Che cosa si faceva, una volta seduti lì? Si cercava di seguire la lezione, ovviamente, girando tutto il collo per vedere che succedeva nel resto del mondo. Quindi venivano anche dei doloretti. Si fissava il muro. Si riempivano fogli di quaderno di pensieri sulla morte e sull'assoluto, quelle sciocche poesie adolescenziali piene di urgenza di spiegare cose di cui non si capiscono i confini, e che inevitabilmente finiscono con lo sformarsi sulla carta. Che altro? Si assisteva alle sfuriate, senza capire perché. Abbiamo tutti trascorso due anni senza capire perché. In teoria ci si doveva sentire in colpa. E perversi, perché quello era l'Angolo dei Perversi.
Un giorno entrò in classe la vicepreside a dirci che avrebbe fatto lezione lei, perché l'uomo bizzarro era rimasto a casa per una colica renale.
Ricordo scene scomposte di giubilo.
Fu giusto per un paio di giorni, però tornai al mio posto con gli altri, e fu bello.

martedì 31 gennaio 2017

Principio oclografico

PRINCIPIO OCLOGRAFICO
Congettura sviluppata nell'ambito della scienza politica quantistica, a partire dai lavori di Polibio e 't Hooft, secondo cui l'intera informazione sociale e la capacità democratica di un paese possono essere contenute nella parte deteriore del popolo ai bordi dell'usuale agone politico.

lunedì 30 gennaio 2017

Storie della mia vita e storie della tua vita

STORIE DELLA MIA VITA E STORIE DELLA TUA VITA
(senza spoiler eminentemente perspicui sulla seconda)

Svegliatami appositamente prima del solito, lanciato un quineano e stentoreo "gavagai" a sondare le profondità dello spazio sconosciuto, in nome della buonanima di Saussure mi accingo a leggere, tutta interessata, "Storie della tua vita", il racconto di Chiang da cui è stato tratto "Arrival".
Lo spettro di "Tlön, Uqbar, Orbis Tertius" si aggira per la stanza, Borges ride, Borges ride sempre in questi casi. Soprattutto è contento perché sa che in qualche modo verrà citato. Eccomi preparata.

Ve' gli eptapodi, che impressione, 'sti barilotti e i loro grovigli di semagrammi e i loro principi variazionali, magari è pure gente che si trova a suo agio negli spazi di Sobolev, cosa che io ritenevo possibile solo a certi fisici matematici dopo il terzo giro di alcol; mi si impegna il cervello, e già stanotte mi ero sognata che ero a Praga e c'era un gatto bianco fatto a losanga, lungo lungo, che lavorava come stola abusiva per le signore che volevano andare a teatro. Vado avanti a leggere. Qua e là mi schiarisco la laringe, mica mi sentiranno? Mi viene in mente quando Antonino ha incontrato per la prima volta mia nonna, e mia nonna ha parlato rigorosamente solo in veneto. Qui dev'essere stato addirittura peggio (mia nonna quantomeno ha conformazione umana). A proposito, in veneto "Arrival" sarebbe stato tradotto in "co 'rivo 'rivo, e se no 'rivo te scrivo", lo dico per i linguisti. Comunque non potrà essere peggio di quando Antonino mi ha detto "perché non impari un po' di programmazione funzionale?"

Per la cronaca, sto ancora rimandando, c'è stata una tremenda inondazione, non mi avevano consegnato il tight, le cavallette.

Sancta Characteristica universalis orapronòbis, però, il racconto è interessante. Bella storia. Mi si compone davanti codificandosi per immagini. Quello che ho capito è che crescere dei figli deve avere a che fare con dei conati di linguaggio performativo, sì, e di giochi a somma diversa da zero; ma soprattutto con degli impossibili processi di ottimizzazione, di vana e tortuosa ricerca di massimi e minimi. L'avrà detto anche Fermat, di sicuro; sarà stata una delle dimostrazioni che ha omesso di scrivere perché non c'era spazio sul margine della pagina.